Archivi autore: Enrico De Luca

Messico | Armonie messicane

Da Anna Jannello

L’aria è frizzante, il cielo terso di un azzurro da cartolina, le montagne si stagliano nette sullo sfondo delle strade bordate da basse casette multicolori. Il mattino presto San Cristobal de las Casas appare immersa in un’atmosfera di rarefatta magia (non per niente dal 2003 è nella lista dei cinquanta “pueblos magicos” segnalati dal Turismo messicano). Un’abbondante colazione al TierrAdentro nella centrale Real de Guadalupe – più che un caffè: ristorante, centro culturale d’ispirazione zapatista, botteghe artigiane – mi aiuta a iniziare di buon umore la giornata.

Si respira bene, sono a 2.100 metri di altezza, il clima è piacevole per buona parte dell’anno nell’antica cittadina coloniale dove chiese, piazze, mercati, edifici storici sono raggiungibili con una camminata a piedi.

Al cuore del reticolato di lunghe strade dritte c’è Plaza 31 de Marzo, lo “Zocalo” luogo d’incontro per abitanti e turisti con i suoi giardini e le sue palme, il gazebo in ferro battuto al centro, sul lato ovest il Palacio Municipal costruito a fine Ottocento (quando San Cristobal era capitale del Chiapas), su un angolo l’hotel Santa Clara con lo stemma del capitano spagnolo Diego de Mazariegos, fondatore nel 1528 della città. Le panchine invitano a fermarsi sotto gli alberi secolari e a osservare l’andirivieni. Due strade pedonali s’incrociano all’altezza della piazza: l’Andador Eclesiastico attraversa San Cristobal da sud a nord partendo dall’Arco di El Carmen – porta d’ingresso alla città in stile moresco, serviva anche come campanile per la vicina chiesa di El Carmen – per arrivare alla chiesa di Santo Domingo, capolavoro barocco dalla facciata color sabbia riccamente cesellata con colonne a torciglioni, aquile asburgiche, statue di santi e decori. La Real de Guadalupe, paradiso dello shopping per le tante botteghe di gioielli (soprattutto ambra, anche della pregiata varietà verde), gallerie d’arte, internet café e negozietti di souvenir, attraversa la città da est a ovest.

E’ lungo le due arterie, con le case ridipinte in colori pastello, che si concentra l’offerta turistica e i locali alla moda spuntano come funghi. «San Cristobal è cambiata molto da quando, quattro anni fa, è stata costruita l’autostrada che la collega con la capitale Tuxla Gutierrez» mi spiega Roberto, padovano di nascita, ma dal 2001 messicano d’adozione. Dal 2007 con la moglie Betty hanno costituito il collettivo Lajkin e lavorano come mediatori culturali (non amano definirsi guide turistiche) accompagnando soprattutto gruppi di turismo responsabile, come quello di Viaggiemiraggi con cui sto visitando il Chiapas. «Due ore di strada statale e tante curve contribuivano a mantenere San Cristobal più isolata. Adesso, con l’autostrada e l’arrivo massiccio di turisti ha perso un po’ di autenticità perché, a ruota, sono stati aperti tre centri commerciali e un Burger King».

Durante la settimana santa i visitatori sono quasi tutti messicani: le telenovelas come Mi pecado, girate qui negli anni scorsi, sono servite come spot promozionale attirando frotte di turisti. In estate arrivano italiani, spagnoli, francesi, argentini. Gruppi numerosi o viaggiatori solitari che, zaino in spalla, visitano l’America Latina.

Basta però allontanarsi dall’area pedonale per ritrovare l’atmosfera lenta e sonnacchiosa del villaggio, dove negli “abarrotes”, i negozi di alimentari che vendono di tutto, è facile fare amicizia con i vicini. A san Cristobal il 20 per cento dei 200mila abitanti è costituito da “coletos”, la classe media. La presenza indigena è molto forte: le “colonie”, i quartieri periferici, sono abitati da tzotziles e da tzeltales, in gran parte immigrati dal municipio di Chamula per motivi politico religiosi. Poter condividere quotidianamente la vita con la comunità indigena, al mercato, attraverso i progetti di lavoro, è una delle motivazioni fondamentali (insieme al ritmo di vita più calmo e attento alle relazioni) che hanno determinato la scelta di Betty e Roberto. «Il confronto con una cultura diversa è un processo di continuo apprendimento. Nella realtà indigena si sono conservati valori importanti come il vincolo con la Madre Tierra, l’organizzazione sociale comunitaria, la democrazia diretta» spiegano. E per una full immersion nella cultura locale Betty ci accompagna al museo della Medicina Maya dove vengono illustrate pratiche e rimedi terapeutici tradizionali. Interessante è anche la visita al laboratorio Taller Leñateros, una società culturale fondata nel 1975 da Amber Past, giovane hippy di San Francisco trasferitasi in Chiapas . Con foglie secche, fiori, gambi di agave, stoffe riciclate (il tutto triturato e impastatato) vengono composti fogli di carta che poi servono per libri, cartoline, quaderni. Originalissimi. E l’istinto consumistico – che alligna nei turisti pur consapevoli – si sfoga negli acquisti. Anche il grande Mercado municipal, uno dei cinque mercati giornalieri di alimentari, è fonte d’infinite soste per rifornirsi di spezie e ogni tipo di fagioli; vicino alla chiesa di Santo Domingo invece si trovano scialli di lana, gioielli e prodotti di artigianato in legno e terracotta.

Davanti alla cattedrale, iniziata nel 1545 dal vescovo domenicano Bartolomé de las Casas, si apre la grande Plaza de la Paz. E’ qui che il 7 maggio 2011 si sono radunati, dopo aver sfilato in silenzio per le vie cittadine, il passamontagna nero sul volto, migliaia di zapatisti, arrivati dalle loro comunità nella Selva Lacandona per sostenere la Marcia nazionale per la pace, giustizia e dignità. Il 1° gennaio 1994 l’Ezln (esercito zapatista di liberazione nazionale) aveva occupato per dodici giorni la città scatenando una vera e propria guerra con l’esercito federale. L’allora vescovo Samuel Ruiz aveva mediato per aprire un dialogo, nella cattedrale, fra guerriglieri e governo.

Sono passati quasi vent’anni: in plaza de la Paz una famiglia di contadini, espropriata della terra dai paramilitari, ha piantato una tenda e degli striscioni di protesta. Ma i turisti non hanno tempo per il vecchio Elias che chiede giustizia per il figlio in prigione.

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