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Racconti (di viaggio) sotto l’albero | Isole Eolie Estate 2020 – parte 3
Panarea – Foto di Tiziana Bertoldin

Racconti (di viaggio) sotto l’albero | Isole Eolie Estate 2020 – parte 3

3 Dicembre 2021

Un articolo a cura di Tiziana Bertoldin

Tiziana Bertoldin

Isole Eolie, 28 agosto – 3 settembre 2020

[…continua dalla parte 2]

Ci alziamo molto presto, partenza con aliscafo per Marina Grande, cambio per Panarea: guadagniamo ore preziose. Il tempo è cambiato dopo la burrascata di mare e vento a Filicudi, l’aria è limpida, fa più fresco, i colori sono vivi, blu di cielo e mare. Lasciamo i bagagli preso il bar  al porto di Panarea,  e ci avviamo lungo il paese, fino al il sentiero che sale al Pizzo del Corvo. Di fronte a noi la forma conica di Stromboli e lo sbuffo bianco del vulcano, nostra meta per la sera e per il giorno seguente. Il pendio è diritto, si sale sui sassi come su di una scala dai gradini alti, ci sono grandi fioriture di Urginea marittima, bella e bianca come un abito da sposa. In cima osserviamo il panorama sulle isole: si scende brevemente lungo la cresta, per poi andare giù per la discesa ripida, dirupata, con uno strapiombo alla nostra destra. Archi, rocce rossastre, verde della vegetazione, blu del mare e del cielo. E’ bello il sentiero in basso, sopra il mare, mentre si raggiunge la Punta Milazzese, terra rossa, arbusti verdi, bei contrasti, il sole splende. Un altro villaggio preistorico, o meglio i suoi resti, cancellato a suo tempo dagli Ausoni. E’ una penisola la Punta Milazzese, il villaggio preistorico circondato da aspre rocce rosse come da un muro naturale. Sotto di noi tre spiagge, una inaccessibile, strapiombo; l’altra sassosa, Cala Junco, chiusa in una baia, si raggiunge con discesa a gradoni, a destra; a sinistra l’unica spiaggia di sabbia chiara delle Eolie, con mare limpido e basso, costellata di ombrelloni. Il gruppo scende verso Cala Junco. Si nuota, si sta al sole, poi si decide di raggiungere la spiaggia di sabbia chiara dal lato opposto. Oggi abbiamo più tempo degli altri giorni per il relax. In tempi diversi ci avviamo verso il porto, la stradina è percorsa di continuo dai taxi beach elettrici che per 5 euro a persona trasportano i turisti dal porto alla spiaggia e viceversa. Ogni momento ci si deve scansare per far loro spazio. Il porto, il bar, di colpo si svuotano con la partenza di qualche aliscafo o barca turistica. Recuperiamo i bagagli e ci prepariamo all’imbarco per Stromboli. Nel rollare rapido dell’aliscafo si arriva a Stromboli, ultima tappa: c’è attesa per il giorno seguente, la sera delle fontane di fuoco. Siamo distribuiti in una sorta di albergo diffuso: case vecchiotte, sparse in paese, o presso La Pergola, senza aria condizionata, ma con patio, doccia, qualche volta anche cucina con un frigo per tenere fresca l’acqua. Andiamo a cena da Ingrid, in cima al paese. Mare, luna piena, notte stupenda. Ingrid si chiama così in onore di Ingrid Bergman, che qui girò Stromboli di Roberto Rossellini, e durante le riprese i due si innamorarono. Più sotto c’è la casa che li ebbe ospiti.

La mattina del giorno dopo è in programma il giro in barca dell’isola. Saliamo su di un gommone, che parte subito, ma non siamo molto lontani dal porto, anzi vicinissimi, che il motore sbuffa e si inceppa. Il marinaio si duole : “Ma peffettissimo fino a aieri questo motore fu! Sempre funzionò!” Già, ma ora non funziona e tira e prova e cacciaviti: niente da fare. Il marinaio parla in un cellulare, arrivano i soccorsi. Una barca con un giovanotto tira a riva il gommone in avaria e noi ci trasbordiamo in un secondo gommone, dall’aspetto più rassicurante e più solido, che ha alla guida quello che subito viene battezzato “il Capitano”. Abbronzatissimo, bruciato, color mogano, alto, magro e stenico, bandana blu scuro a bordo alto calata sulla fronte, occhi furbi e vivi, sta sopra di noi pilotando il suo gommone attrezzato. Ci dirigiamo a Ginostra, paesello in alto sulle pendici di Stromboli, che conta 28 abitanti, esclusa la stagione estiva. Ginostra, come la piccola Alicudi, vengono definiti da Giuseppe e dal Capitano luoghi di isolamento, solitudine, disperazione inevitabile. Un piccolo molo ci permette di scendere a terra. Ginostra: poche case, stradine in salita, un solo bar aperto, qualche fiore rampicante, silenzio. Ci reimbarchiamo, questa volta diretti alla base della Sciara del fuoco, il nero pendio di circa 900 metri lungo il quale le emanazioni del vulcano, i sassi incandescenti, la polvere nerastra, scendono rapidi al mare, dove si spengono sfrigolando. Alto circa 8-900 metri è Stromboli, in superficie, ma circa il doppio sotto il mare: l’acqua color acciaio in cui quasi tutti si tuffano per fare il bagno durante la sosta del Capitano davanti alla Sciara è profonda 2000 metri. Si riparte diretti a Strombolicchio, un camino roccioso di vulcano che si erge non lontano dalla costa. Strombolicchio è inaccessibile, una scala metallica lungo la sua parete non serve, il suo faro è governato a distanza da Messina, e funziona a pannelli solari. Sott’acqua Strombolicchio precipita nel profondo del mare. Lo aggiriamo con la barca. Anche qui si può fare il bagno, e con maggior coraggio, la corrente spinge contro gli scogli della base rocciosa, ma chi si tuffa vede miriadi di pesci colorati. Il Capitano ci riporta poi a riva. Abbiamo qualche ora libera per  mangiare, riposare, e prepararci alla salita al vulcano, alle 17.00. Pronti all’appuntamento con le fontane di fuoco si va attraverso il paese e poi lungo un sentiero ombroso, il sole sta calando, i colori sono smorzati. Il sentiero è piacevole, prima tra alti canneti, poi sale, si calpesta terra sabbiosa, si passa presso un vecchio cimitero. Lungo saliscendi non faticosi arriviamo ai margini della Sciara del fuoco, dove la salita al vulcano si arresta per una transenna che ufficialmente impedisce da un paio d’anni di raggiungere la cima. Diverse persone la oltrepassano, accompagnate dalle guide vulcanologiche. Noi ci distribuiamo lungo il pendio, terrazzini di terra nerastra, su cui qualche sasso e qualche sterpo fa da parapetto. Il sole sta scendendo nel mare, opalino per le nuvole che lo velano, in un chiarore bianco giallastro. Si vede il fuoco su in cima, e il fumo che si alza nero nel cielo, i boati del vulcano emozionano, i sassi che rotolano lungo la Sciara sollevano la polvere in alto, e li vediamo numerosi cadere in mare facendo cerchi concentrici. Al largo si preparano barche per vedere le fontane di fuoco dal mare. Con la sera l’aria si fa più fredda. Quando il tramonto si avvicina il sole esce dalle nuvole e il cielo diventa azzurro scuro e violetto, con innumerevoli riflessi, lunghe strisce di nuvole color porpora, fucsia, rosa acceso, in mezzo il brillare della luce che a poco a poco scende sull’orizzonte e ci lascia. Nel crepuscolo incipiente i rombi del vulcano e le fontane di fuoco sembrano farsi più frequenti, il fumo scuro si alza a forma di piccolo fungo atomico, poi si disperde nell’aria azzurra, sempre più buia, è sera, è notte. Restiamo fino a tardi, e le barche sul mare di fronte alla Sciara sono come una costellazione, piccole luci sospese tra cielo e acqua. Giuseppe ha riservato per noi alla pizzeria L’Osservatorio, più in basso, ma sempre sotto la Sciara del fuoco: i tavoli all’aperto sono illuminati da una candela, si può mangiare senza rinunciare a vedere le  fiamme, il fumo, le esplosioni sono ravvicinate. Alla fine della serata torniamo a piedi in paese. Qui ci si saluta e ci si separa.

Si prova un sentimento di gratitudine per questa terra che è viva, un sentimento che è nato fin dal primo giorno a Vulcano. A casa si ripensa al viaggio, si guardano le fotografie. Ma non è tutto. Si viaggia nel cammino, ma il cammino viaggia in noi, se è un vero cammino lascia la sua traccia. Poi tutto si stempera: sono tracce invisibili lungo una strada di stelle, lungo la via per l’isola non trovata, cercata sempre, e bella più di tutte, a cui tutte quelle conosciute assomigliano, ma non sono, non sono mai quella che si ricerca, né mai saranno, se non in un altrove che è poesia nella mente, desiderio nel cuore, dimensione forse solo del sogno, e dell’incanto a cui ci si assoggetta.