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Viaggiando nell’economia sociale e solidale

Palestina | Viaggiando nell’economia sociale e solidale

16 Settembre 2021

Oggi vi raccontiamo con quali criteri è nato uno dei nostri viaggi di turismo responsabile nell’ambito del progetto Peace Steps, realizzato da Vento di Terra – ONG, anche grazie al contributo dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, in collaborazione con ViaggieMiraggi e con altre organizzazioni partner italiane e palestinesi. L’intervista al nostro Filippo!

 

Cosa vuol dire fare turismo responsabile in Palestina?

Fare turismo in un territorio complesso come quello Palestinese vuol dire dar voce a molte persone, associazioni e comunità sulla loro reale situazione, le difficoltà quotidiane, e su quella normalità appesantita da restrizioni, divieti, abusi e scarsità di diritti.
Un turismo responsabile, come si evince dal nome, ha la responsabilità di creare un pensiero critico nei viaggiatori, di stimolarli con domande e dubbi, e nel caso della Palestina questo è più che mai necessario e lo si ottiene attraverso incontri di carattere sociale e politico dando voce a realtà che difficilmente l’avrebbero al di fuori dell’incontro diretto, per far conoscere quanto sia difficile essere Palestinese in West Bank.
Un’altra responsabilità è scegliere quelle realtà che a livello locale generano opportunità di sviluppo sostenibile, che valorizzano e promuovono territorio e patrimonio culturale, che quotidianamente si impegnano per rispondere ai bisogni delle comunità locali e per promuoverne i diritti. Attraverso la fruizione dei loro servizi o la donazione a sostegno dei loro progetti, i viaggiatori danno un sostegno economico concreto a queste realtà, in questo senso un viaggio di turismo responsabile acquisisce valore aggiunto per ospiti e ospitanti, e una ricaduta sociale ed economia sulle persone e associazioni che con pazienza e resistenza non si arrendono.
Fare turismo responsabile in Palestina è un atto di scambio reciproco, di rapporti umani, di coinvolgimento alla causa Palestinese, dove il viaggiatore diventa molto più ricco e consapevole, e le realtà locali hanno la certezza di piantare qualche florido seme di giustizia.

Come hai studiato e programmato “sul campo” il viaggio che sarà presto nel nostro catalogo di proposte?

Il viaggio in Palestina “zaino in spalla” è stato studiato e realizzato prima su carta e poi sul campo grazie al prezioso supporto dell’ONG Vento di Terra. La pianificazione delle due missioni è stata fatta mettendo al centro del progetto le persone e le associazioni che già sono attive nel territorio in ambito sociale e turistico per proporre loro un percorso specifico di formazione e collaborazione. Prima di ogni missione sono stati fondamentali gli incontri con il personale di Vento di Terra per organizzare nel dettaglio le visite giornaliere in Palestina e per creare una traccia di domande da sottoporre alle realtà locali per capire nei particolari dove agire nella realizzazione dell’itinerario. In loco è stato messo in atto quanto preparato nella teoria in Italia mediante l’aiuto dello staff Vento di Terra presente in West Bank, fondamentale dal punto di vista conoscitivo, culturale e logistico. Senza di loro infatti né le missioni né il successivo programma di viaggio avrebbero preso vita.

Il filo conduttore del viaggio – e del progetto – è l’economia sociale e solidale. Ci puoi raccontare quali sono le realtà coinvolte nell’itinerario sviluppato?

Le realtà conosciute durante le missioni del progetto sono state diverse, ma per questioni organizzative e logistiche abbiamo potuto includerne nel programma di viaggio solamente quattro.
La prima in ordine cronologico è un’associazione di Gerusalemme che organizza tour guidati sia dentro le mura che all’esterno della città vecchia, spiegando l’evoluzione della città, e le difficoltà di spostamento e gestione della quotidianità da parte degli abitanti palestinesi di Gerusalemme Est. Quest’associazione esiste dal 2011 e organizza tour di conoscenza dell’andamento della situazione Palestinese in città.
Un’altra realtà con cui si starà 2 giorni è una comunità beduina, e il suo coordinatore è una guida escursionistica nella zona vicino a Jericho. Essendo una guida lavora già con tour operator palestinesi, e oltre alle escursioni è possibile passare la notte ospitati nelle tende della sua comunità, condividendo i pasti in stile beduino e passando la notte sotto il cielo stellato del deserto.
A qualche chilometro da Betlemme, in un piccolo villaggio, si trova un’associazione creata da giovani ragazzi e ragazze che comprende la scoperta del territorio circostante tramite trekking o hicking, un B&B e ristorante interamente gestiti da loro. Questo progetto comprende anche un orto comunitario dove i prodotti vengono utilizzati nel ristorante, e un negozio di articoli di artigianato.
Infine l’associazione Bethelehem Fair Trade Artisans di Beit Sahour, non distante anche questa da Betlemme, organizza e gestisce gli incontri con gli artigiani e la presentazione dell’associazione ai viaggiatori. Questa organizzazione ha lo scopo di creare una stabilità economica per gli artigiani della zona, attraverso la vendita dei loro prodotti, sia tramite lo showroom che con l’e-commerce. Un altro elemento importante di economia sociale che offre questa realtà è la possibilità di pernottare presso alcune famiglie della zona di Beit Sahour e Betlemme.

In questo caso più che mai il turismo diventa strumento di conoscenza. Ci puoi raccontare in che modo l’identità e la cultura locale vengono valorizzate all’interno del viaggio?

Spesso le notizie a cui abbiamo accesso dall’Italia tramite i canali di informazione “tradizionale” rispetto la Palestina e la sua storia recente sono insufficientemente adeguate e parziali per avere una visione completa. Anche se attraverso documenti, articoli e libri si può avere un quadro molto più dettagliato, la visita di persona non ha paragoni per conoscenza e comprensione. L’incontro con le persone, l’ascolto delle loro esperienze, entrare nei loro sguardi è il vero valore aggiunto per abbinare alla consapevolezza l’empatia. Condividere dei momenti in situazioni familiari e con persone che si spendono nella lotta per i diritti della comunità palestinese oltre a valorizzare l’identità locale è fondamentale per diffondere il pensiero di resistenza.