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Viaggio in Palestina da Gerusalemme alle scuole nel deserto – 1° parte

Palestina | Viaggio in Palestina da Gerusalemme alle scuole nel deserto – 1° parte

13 settembre 2018

Vi proponiamo un articolo della nostra viaggiatrice Benedetta, di ritorno da un viaggio molto speciale… Eccovi la prima puntata!

Panni stesi

Sono tornata da poche ore dal viaggio in Palestina e tutto è più o meno in ordine. Le valigie svuotate, ripulite e sistemate nel ripostiglio, i panni lavati e stesi al sole. Proprio mentre stendevo, mi sono ritrovata a dover districare una sorta di gomitolo fatto di pantaloni, foulard, camice che nel lavaggio si erano stranamente aggrovigliati. Nulla di straordinario, ma quel risultato di colori misti e stoffe annodate mi ha fatto ripensare ai giorni precedenti, alle vicende complesse e intricate della terra palestinese.

Anche se ciò che mi ritrovo tra le mani sono solo lembi o parti di quell’immenso abito che è la sua storia, me li sento appiccicati addosso, come un qualcosa che non riesco a levarmi via. E la pelle brucia da far male perché quei tessuti e i loro intrecci densi e ruvidi mi hanno lasciato ferite. Ancora aperte.

viaggio in palestina
Foto di Valentina Nargino

La collana e la chiave

È stata la penultima sera, poco dopo cena. Eravamo al Craft Village a Betlemme, un grazioso edificio ristrutturato e decorato con grande cura, lì abbiamo visitato il negozio dove erano esposti prodotti artigianali provenienti dai progetti di Vento di Terra a Gaza e in area C. Pecorelle in feltro, campanelle in vetro soffiato, presepi in legno d’ulivo, ceramiche colorate, cesti colmi di piccole coroncine del rosario e altri oggetti religiosi. Nel cercare qualcosa di non definito, mi è capitata tra le mani una collana con grani in legno e coralli colorati, neri, azzurri e gialli. Ad abbellirla, ciondoli fatti a cuore e, all’estremità, una chiave. Sapevo molto bene cosa rappresentasse, non era stata scelta a caso. La chiave è il simbolo delle case dei palestinesi costretti ad abbandonarle per l’imminente insediamento dei coloni israeliani. Case di una vita da cui sono stati abbracciati nei gesti della quotidianità, case testimoni dell’intimità familiare da cui, un giorno in punto in bianco, si sono visti cacciati. Non una calamità, un terremoto, ma una questione che ha a che fare con il cuore dell’uomo, capace, a volte, di trasformarsi, prendere le forme di una legge o di un bulldozer e stravolgere tutto nell’arco di un baleno.

La chiave, le chiavi che ancora alcune famiglie palestinesi conservano è al tempo stesso un simbolo di speranza, racchiude il desiderio immenso di ritornare in quelle stesse case. Un giorno.

Una chiave gigantesca, la più grande del mondo, sta sulla porta di accesso al campo profughi di Aida a Betlemme. È un campo istituito nel ’48 e ha preso il nome di una profuga che non si è risparmiata per aiutare chiunque avesse bisogno.

Viaggio in Palestina
Foto di Valentina Nargino

Suona impressionante sapere che, nonostante la popolazione palestinese sia cresciuta passando da 1.200 a 5.000 abitanti, il lembo di terra che occupa sia sempre lo stesso, 0,7 Kmq.  Siamo stati accolti nel centro giovanile da Mohammad, uno studente di legge che nel tempo libero fa il volontario qui. C’è un vivace vai e vieni di ragazzi, bambini e bambine, adolescenti, alcuni di loro hanno in mano bombolette spray per decorare gli spazi intorno. Salutano tutti e danno il loro benvenuto con aria interrogativa. In strada, sono parcheggiate alcune macchine, tra cui una delle nazioni unite. Mohammad ci propone di salire sul tetto dell’edificio per aiutarci a capire meglio la situazione e la vita che si vive ad Aida.

Tentiamo di salire, ma la scala non è del tutto agibile. Mancano i gradini e la ringhiera. Ci sono solo barre di legno puntellate per impedire di scivolare, ma tutto è così precario che può essere davvero pericoloso. Saliamo allora per un’altra scala sul terrazzo di un edificio a fianco. La vista dall’alto mette a nudo, spoglia. Siamo a pochi passi da enormi cisterne che i palestinesi sono obbligati a tenere per la provvigione d’acqua, tutt’intorno materiali di scarto, rottami, fili di ferro.

Una volta giunti al parapetto, lo sguardo si scontra aspramente con il muro che cinge il campo come una cintura di forza, troppo stretta per respirare. Mi sento soffocare, e non solo per il sole di mezzogiorno che batte forte. Scendiamo. I nostri passi per le vie di Aida sono accompagnati dalle parole tristi di Mohammad che ricorda l’uccisione di un ragazzo di tredici anni sulla strada di ritorno da scuola a casa. Il suo viso è impresso su uno dei muri e sembra sussurrare un immenso desiderio di vita, spezzato. Perché? La giustificazione fornita dagli israeliani è stata banale. Un errore. Capita a tutti, a volte, di commettere degli errori. La banalità del male.

Poco distante, due bambini appoggiati ad una ringhiera. C’è un’espressione immensamente triste ma dolce sui loro visi, finché, a un certo punto, un leggero sorriso li illumina. Si sono accorti di noi e allungano le piccole mani oltre la ringhiera per un saluto. Il loro sguardo ci accompagna fino a quando non ci allontaniamo e scompariamo dietro l’angolo.

Il tema della chiave è presente ovunque, e ritorna più volte nei murales.

Viaggio in Palestina
Foto di Valentina Nargino

Nella nostra lingua la parola chiave non è solo l’oggetto per aprire una porta. Ha anche il potente significato di soluzione, capace di risolvere problemi e situazioni complesse, ti spalanca davanti un orizzonte, incredibile fino a qualche attimo prima, quando ancora vagavi nel buio alla sua ricerca. Ecco, nonostante la presenza costante di chiavi reali e rappresentate, mi sembra che la soluzione, la chiave alla questione palestinese sia ancora ben nascosta da qualche parte, chissà dove. Forse, nel cuore dell’uomo. Acqua, acqua, acqua. Penso anche che si sia ancora lontani dal trovarla.