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Un viaggio di conoscenza in Serbia: Vojvodina
Bački Monoštor, presso la casa-museo di Erkiza. Foto di Giacomo Busi

Serbia | Un viaggio di conoscenza in Serbia: Vojvodina

12 Gennaio 2023

Continua il racconto della nostra viaggiatrice Elisabetta durante il viaggio in Serbia dal 29 dicembre 2022 al 3 gennaio 2023 organizzato con i nostri partner di Confluenze. La seconda puntata è dedicata alle storie e agli incontri nella Vojvodina

Vojvodina

Abbiamo lasciato Belgrado spostandoci con un pulmino verso la Vojvodina , con sosta presso la riserva della biosfera Bačko Podunavlje, nei pressi di Sombor, una volta appartenente all’Impero austroungarico, la cui storia mi affascina da sempre. A Bački Monostor abbiamo incontrato una donna serba, Jelisaveta, che vive in una delle ultime case rurali tradizionali, quelle coperte con un tetto di giunchi di 40 cm di spessore. La sua casa è un piccolo museo di oggetti del passato, legati alla tessitura, alla cucina, all’allevamento, all’artigianato. Mi ha colpito l’espressione malinconica della donna, nonostante l’accoglienza cortese e la dolcezza del sorriso. Ci ha introdotto nelle stanze ben tenute dei bisnonni e nonni e, dopo, in un locale ben riscaldato, separato dalla struttura principale, ci ha offerto un pranzo tipico.

Nel pomeriggio abbiamo scoperto l’apeterapia, mai sentita nominare prima! Entri in una casetta di legno, piena di arnie, respiri l’aria impregnata di propoli e di profumo di miele, poi ti senti meglio! L’apicoltore ci ha spiegato un mucchio di cose sul centro educativo del miele, un primo passo verso la coscienza ambientale dei bambini. Però la cosa più bella è la passione con cui ci ha presentato il progetto, la soddisfazione che gli leggevo negli occhi, il tono accalorato del suo racconto. Non capivamo una parola, ma Eugenio, la nostra infaticabile guida, ci ha tradotto tutto quanto. Anche più tardi, durante la visita alla graziosa cittadina di Sombor, ricca di storia, di palazzi da Mitteleuropa, di una luce serale che sembrava emergere da un passato più o meno recente, che vibra di nostalgia.

Un professore del luogo ci ha descritto minuziosamente il dipinto di Franz Eisenhut, esposto nel municipio, raffigurante la battaglia di Senta del 1697, combattuta dalla Lega Santa, guidata da Eugenio di Savoia, contro gli ottomani, sotto il regno del sultano Mustafa II. Due anni più tardi verrà poi firmato un trattato di pace nei pressi di Sremski Karlovci, culla spirituale serba sotto l’Impero asburgico.

Abbiamo percorso a piedi la cittadina, ordinata e linda come un salottino austriaco, era buio, poche persone in giro, le luminarie natalizie ben distribuite lungo i viali e sui palazzi, il pavè lucido, sotto una luna d’argento, fredda e indifferente. Ma il cielo diventa cielo se c’è una terra sotto e questa terra pulsa della vita di migliaia di persone che qui hanno vissuto, sofferto, gioito e brindato alla bellezza e alla poesia. Non esiste luogo che non nasconda un passato e in questo passato c’è sempre sacrificio e dolore, ma anche speranza e desiderio di rinascita, resurrezione dello spirito dell’uomo, l’impulso ad andare avanti, a guardare al futuro, nonostante tutto.

Siamo stati a cena in un agriturismo (Salaš, mi pare si dica) in aperta campagna. La padrona di casa ci ha accolto con un meraviglioso senso di ospitalità, mostrandoci le stanze come fossimo amici e pellegrini in cerca di approdo e preparandoci delle pietanze squisite, da grande chef, con un abbandanza e una cura da fare invidia ai migliori ristoranti pentastellati. Probabilmente il merito va anche alla qualità sopraffina dei prodotti locali, a chilometro zero, come si dice in Italia, e cucinati decisamente con notevole abilità culinaria.

Il giorno seguente, accompagnati ancora da Sladjana, abbiamo attraversato il parco della Fruška Gora per giungere al monastero di Novo Hopovo, fondato dal sovrano medioevale serbo Ɖurad Branković a partire dal XIV secolo. Ricostruito in gran parte dopo la Seconda guerra mondiale, oggi è un luogo freddissimo che trasuda umidità e odora di epoche antiche, ma rimane  un luogo di culto molto frequentato dai fedeli, forse per il silenzio che lo circonda, per l’atmosfera religiosa che pulsa tra le arcate e le colonne sottili che lo sorreggono o forse perchè richiama gente anche dai Paesi vicini ed è all’interno di un circuito turistico di tutela ambientale.

Come ci ha spiegato Eugenio, e Sladjana ha confermato, dopo i conflitti degli anni novanta, ma anche a partire dalla morte di Tito, c’è stato una riscoperta della religione e un ritorno alla chiesa in senso molto conservatore, ristabilendo anche delle regole etiche e morali tradizionali,  talvolta anacronistiche, a partire dalle relazioni tra i sessi e dal ruolo della donna. Mi chiedo sempre perchè la fede si nutra così spesso di pregiudizi e di rifiuto d’ogni tipo di diversità, ma questo è un discorso che meriterebbe un approfondimento a parte. Lascio ad altri, più competenti di me, l’arduo compito di trovare spiegazioni soddisfacenti.

Nel pomeriggio, tornati a Novi Sad, abbiamo potuto assistere a un concerto davvero molto emozionante e di altissimo livello presso la sinagoga, ampliata ai primi del Novecento, sotto amministrazione ungherese. Si sono esibiti tre membri dell’ensemble Shira U’ftila – il violinista Filip Krumes e il percussionista il Goran Milosević ad accompagnare voce e oud di Antonije Tot – suonando musica del repertorio balcanico sefardita. Non trovo le parole per dire quanto quella musica sia in grado di trasmettere sensazioni sublimi e quanto grande sia stata la mia commozione. Certamente anche il luogo ha inciso, una sinagoga così grande, un  tempo animata da una comunità ebraica di oltre quattromila persone che oggi non ci sono più, sterminate dagli ungheresi, a fianco dei nazisti, insieme ad altre migliaia di serbi, uomini, donne e bambini. I pochi superstiti, dopo la guerra, sono emigrati in Israele. Non è possibile rimanere indifferenti.

L’ultimo giorno Eugenio ci ha accompagnato a Sremski Karlovci, sede del Patriarcato dal 1848 al 1920 e oggi del Metropolita, dignitario di grado intermedio tra il patriarca e l’arcivescovo. La cittadina ospita la scuola seminariale ortodossa più antica del mondo e ha costituito il primo ginnasio serbo, oggi ancora in funzione. In un’aula s’insegna anche la lingua italiana, alle pareti sono appesi poster delle città italiane più belle, Roma, Firenze, Venezia, e dei cibi più rinomati, in primis la pizza napoletana. I banchi ricordano quelli che si usavano da noi negli anni ’60, in legno, con il poggiapiedi, assemblati due alla volta e distribuiti in classe a colonne, come oggi non si fa più. E sulla cattedra era appoggiato un libro illustrato intitolato “Il vecchio e il bambino”, il bellissimo testo della canzone di Francesco Guccini, utilizzato per imparare la lingua e apprezzare la vena poetica di certi cantautori di casa nostra. Ricordo i miei anni d’insegnante, quando presentavo ai miei studenti il repertorio musicale e poetico di Fabrizio De Andrè, ecco, una cosa così, semplicemente emozionante.

Un personaggio di cui nulla invece conoscevo è Luigi Ferdinando Marsilii, geologo, botanico, scienziato, militare per cui Eugenio nutre una stima immensa. Vissuto a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, fu lui a progettare fortificazioni, strade e ponti ad uso militare, a disegnare piante topografiche e a dedicarsi allo studio approfondito del Danubio, lasciandoci una mole incredibile di informazioni sulla geografia, l’etnologia, la geologia e l’idrologia delle regioni danubiane. Fu sempre lui a segnare le linee di demarcazione tra Impero austriaco e quello ottomano che rimase pressochè invariata dal 1699 fino all’implosione dei due imperi dopo la Prima guerra mondiale. La sua vita rocambolesca ed estremamente interessante s’intreccia   con gli sviluppi scientifici dell’epoca in cui visse e oltre.

 

E così, viaggiando, s’imparano un mucchio di cose, tipo che non c’è mai una sola verità, che le persone non sono mai un paese intero, ma che possono assomigliarsi o essere diverse, ma che alla fine la maggior parte della gente vuole vivere e gioire e sperare e sognare, magari anche credere nei propri sogni e provare a realizzarli. S’impara a guardare meglio la realtà, a osservare fino in fondo a ogni sguardo, a ogni espressione, per rendersi conto che un bel po’ di persone ride, anche se è triste, parla anche se ama il silenzio, balla perché non c’è niente di meglio della musica per lasciarsi alle spalle i tormenti e i problemi personali. S’impara viaggiando che la vita può essere bella a qualsiasi latitudine, ma si deve provare a lottare per fare un passo in avanti verso ciò che è giusto, anche se si è quasi certi che la giustizia non sia di questo mondo. S’impara anche che certi individui, come sono, restano, con le loro paranoie e le loro indiscutibili convinzioni e forse non cambieranno mai. Poi ci sono sorprese inaspettate, come il bel concerto di musica sefardita e klezmer nella sinagoga di Novi Sad, che nel ’42 e poi nel ’44 perse interamente la comunità ebraica, sterminata, trucidata o inviata ai campi e mai più tornata. Resta il canto, risuonano voci, rimane la memoria di ciò che è stato. Ogni nome vive nei violini struggenti che volano sui tetti ed entrano nel cuore.

 

Testo di Elisabetta Galli. Foto di Giacomo Busi