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Verso Sud – Da Marrakech a Taroudant alla scoperta del Marocco solidale / parte 2
Foto di Mario Anton Orefice

Marocco | Verso Sud – Da Marrakech a Taroudant alla scoperta del Marocco solidale / parte 2

13 Settembre 2022

Mario Anton Orefice ha viaggiato in Marocco questa estate con i nostri soci della cooperativa Asdikae Bila Houdoud. Pubblichiamo il suo racconto su questo blog in più parti, ma potete trovare il racconto completo, scaricabile, a questo link

La mia casa è a Marrakech
L’arrivo notturno dei nostri compagni di viaggio a Marrakech coincide con la festa dell’Ashura (dall’arabo ashara, dieci) che si tiene dieci giorni dopo il Capodanno del calendario islamico. In piazza Jamaa el Fna e nei dintorni si cammina corpo a corpo in una centrifuga di suoni e luci. È una città dove puoi immaginare le avventure di mercanti e viaggiatori, lasciarti incantare dai serpenti e ricordarti le parole di Daniele Silvestri:

La mia casa è a Marrakech, in quella piazza sgangherata, Così bella da sembrare una pittura, Così forte da restarti appiccicata, Pure essendo totalmente priva di una architettura, E questa cosa mai nessuno l’ha spiegata, Che quella piazza lì non è fatta di niente, Solo di polvere e di musica, e di gente colorata, Casa mia è là, e c’è sempre stata

La prima notte è sempre tormentata, ma al mattino si entra nella lanterna magica della Medersa Ben Youssef, mosaico di raffinate zellige, architetture in cedro del Libano cresciuto sui ripidi pendii della catena dell’Atlante, lastre di marmo di Carrara e la piscina centrale con i suoi eleganti getti in bronzo. Ci si perde tra le stanze del Palais Bahia, costruito dal sultano Abdelaziz Si Moussa per ospitare con sfarzo le sue quattro mogli e le ventiquattro concubine, come fiori di un giardino segreto.

Nel pomeriggio, via con un Ducato 14 posti bianco, verso Essaouira, l’antica Mogador, quasi una Fata Morgana in riva all’oceano, con i suoi vecchi cannoni puntati verso l’orizzonte e quel vento incessante che porta il mare dentro le ossa delle case, in ogni tappeto e trama di stoffa. Alla guida Mehdi, autista attento e timido conversatore. Accanto a lui Mohamed Rafia e Ismail El Mansor, studi di informatica, largo sorriso, profonda conoscenza del Marocco e responsabile degli aggiornamenti nel corso del viaggio…c’è chi giura siano stati 2523. Sono fieri di essere berberi, ma non chiamateli berberi, che è una storpiatura della parola araba barbar, ovvero barbaro. Loro sono Amazigh, si pronuncia Amasir e significa “uomini liberi”, abitavano il Sahara e il Nordafrica prima dell’arrivo degli arabi nel settimo secolo dopo Cristo.
A bordo anche Luca, giornalista, Martina, avvocato, di Torino, Gianbattista, attore, Claudia, ingegnere ambientale, di Molfetta, Paolo, docente universitario di economia, la moglie Silvia, funzionaria dell’Istat e la figlia Elisa, studentessa delle medie e mascotte del gruppo, di Roma, Monica, advisor di produzioni cinematografiche, di Milano, Andrea, orologiaio, di Milano, Ignazio, insegnante, di Brescia, Alessandro, erborista, di Genova.
A Essaouira, verso sera, il tramonto ci vola negli occhi accompagnato dal canto dei gabbiani. Gli innamorati lo guardano come un’alba e si baciano nel cuore, i pescatori sperano che domani ci sia meno vento. In città convivono i mestieri più umili e le boutique più esclusive, i vicoli colmi di immondizie e le strade chic all’ombra delle palme e delle vecchie mura.
Marrakech, Essaouira, 8 agosto 2022

Vita spinosa
A Imintagant al Ghazoua, un piccolo villaggio a dieci chilometri da Essaouira incontriamo la Cooperative agricole feminine Assafar, dieci donne che lavorano i semi d’Argan con una pazienza e una dedizione infinite; di madre in figlia si tramandano i sassi testimoni di una solidarietà ancestrale con cui spaccano a uno a uno i gusci della pianta. Vita spinosa tra queste poche case di campagna bianche e spruzzate dal rosso delle bouganville: da un quintale di materia prima si ricavano solo due litri e mezzo di olio cosmetico e tre di olio alimentare. Con le macchine si arriva a cinque e a sette. Eppure, una maggiore autonomia della donna marocchina, stretta nelle realtà rurali tra maschilismo e precetti religiosi, passa anche da piccole cooperative come questa, un leggero passo in avanti rispetto alla completa dedizione a marito, figli e parenti.
Poi la sera arrivano i musicisti, la musica gnawa illuminata dalla luna piena canta il dolore e la nostalgia degli schiavi deportati dal Ghana, paese che forse ha ispirato il nome, dal Sudan occidentale, da Mali, Niger e Senegal verso Oriente e verso l’Europa.
Ci ritroviamo in cerchio, sono arrivate anche le donne e i bambini delle case vicine; in una pausa Mohamed intona una canzone dedicata a Gaza, poi si canta Bella Ciao e si balla tutti insieme. A mezzanotte negli sguardi che ci salutano con affetto s’intuisce la domanda “Perché andate via?”.
Essaouira, 9 agosto 2022