Il blog di VeM

Una cooperativa al femminile lungo la Drina

Bosnia ed Erzegovina | Una cooperativa al femminile lungo la Drina

4 Maggio 2020

Il reportage del giornalista Louis Seiller su una cooperativa agroalimentare femminile di Ustikolina anima del “Presìdio Slow Food dello slatko di prugne požegača”, realizzato durante una delle tappe del nostro viaggio in Bosnia Erzegovina con Confluenze. Nel sud-est Europa con lentezza.

La regione di Goražde, in Bosnia Erzegovina, ha molto sofferto durante i conflitti jugoslavi degli anni novanta. Interi villaggi rasi al suolo, la componente bosgnacca della popolazione costretta alla fuga. Grazie al sostegno di Slow Food e al successo di una cooperativa agroalimentare, alcuni dei vecchi profughi tornati nei loro villaggi hanno oggi un motivo per rimanere.

«Ieri abbiamo pelato le prugne a mano, quindici chili al termine della giornata. È un metodo lento, che prende molto tempo». Jasmina Šahović e le sue vicine discutono dalle loro cucine esterne, ombreggiate dai fruttetti, l’occhio vigile sui fornelli. Per le donne del villaggio di Ustikolina, nel sud-est della Bosnia Erzegovina, la stagione delle prugne è sacra. Non si può fallire. La loro požegača, una varietà autoctona di Prunus insistitia, non è una prugna qualunque. […]

A Ustikolina, le prugne di polpa gialla che Jasmina cosparge di zucchero rappresentano molto più che semplici conserve. Questo villaggio, circondato da colline oggi ricoperte di frutti e verdura che dominano le misteriose acque verdeggianti della Drina, ha avuto una storia recente molto travagliata. «Dopo la guerra degli anni novanta, qui non era rimasto più nulla» racconta Jasmina, «era stato tutto distrutto, la vegetazione aveva invaso gli spazi vuoti». La regione di Goražde è stata teatro di alcune tra le peggiori atrocità commesse durante la disintegrazione della Jugoslavia, il conflitto con più morti dalla seconda guerra mondiale. […]

Bandiere differenti a seconda dei villaggi che si attraversano, case in rovina, cimiteri sul ciglio della strada… le conseguenze della guerra si notano anche nel 2019. […] Le narrazioni nazionaliste dei politici continuano ad alimentare divisioni tra serbi, croati e bosgnacchi. Una propaganda carica d’odio che Jasmina non può più sentire. […] Jasmina preferisce piantare semi e parlare dei ponti che uniscono le differenti comunità.

Dopo aver visitato alcune cooperative agricole italiane verso la metà degli anni duemila, Jasmina è tornata con delle idee chiare per il suo villaggio. Piuttosto che consumarsi nel lavorare da sole il proprio appezzamento di terra, Jasmina ha proposto alle donne di Ustikolina di unirsi attorno alle vecchie ricette e ai prodotti tradizionali della regione. Nasce così la cooperativa Emina. La vicina di casa di Jasmina, di nome Majida, rimane subito affascinata da questo progetto: «Prima lavoravo solo per la mia famiglia, ma grazie a questa cooperativa, ho iniziato a produrre anche per altre persone. È davvero qualcosa di magnifico. Sin dall’inizio sapevo che questo progetto avrebbe funzionato. Tutte le nostre ricette sono tradizionali, provenienti dalle famiglie del luogo».

Conserve sciroppate, confetture, verdura, ma anche ajvar, la famosa crema di peperoni dei Balcani: tutti i prodotti naturali della cooperativa si vendono in diverse parti della Bosnia Erzegovina. Un successo ottenuto grazie anche al movimento Slow Food. […]

La nuova vita di questo villaggio è rappresentata dalle sue donne. A seguito della deindustrializzazione e della guerra, sono loro ad aver preso sulle spalle il destino delle proprie comunità, recuperando quei saperi contadini e metodi di produzione tradizionale soffocati anche dall’industrializzazione agricola del periodo della Jugoslavia socialista. […]

All’interno di uno Stato perennemente paralizzato dai tornaconti personali dei suoi funzionari nazionalisti, per le donne di Ustikolina ci vuole una bella dose di coraggio per continuare a prendersi cura del proprio territorio e guardare con speranza al futuro. Una speranza che hanno perso molti dei giovani bosniaci. Disillusi, preferiscono andarsene. Composta oggi di circa tre milioni e mezzo di abitanti, la Bosnia Erzegovina rispetto al 1992 ha perso più di un milione di persone.

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