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Il blog di VeM

Una meta insolita – parte 2
Foto di Markus Winkler su Unsplash

Bosnia Erzegovina | Una meta insolita – parte 2

18 Ottobre 2023

Marisa, una nostra viaggiatrice, ci ha mandato il suo racconto sul viaggio in Bosnia Erzegovina che organizziamo assieme a Confluenze. Lo pubblichiamo a puntate: è molto ricco di dettagli, impressioni e spunti. Tutto da leggere per lasciarsi trasportare nell’atmosfera di viaggio!

Il giorno successivo si parte per Sarajevo, una di quei luoghi che non sai bene dove sia, ma che vorresti visitare da sempre. Un po’ come Samarcanda o l’Angkor Wat. Per ricordarti esattamente dov’è, devi prendere l’atlante delle elementari di tuo figlio, il quale è già laureato da qualche anno. Eccola Sarajevo, una perla incastonata da colline basse e solcata da un placido fiume. Ci sono passati tutti di qui, ha fatto gola a molti, Austriaci, Turchi, Serbi e prima di loro Romani e Slavi. Le guerre l’hanno lasciata tramortita e mutilata, ma come l’Araba Fenice è sempre risorta dalle sue ceneri.
Le tracce dell’assedio, durato dal 1992 al 1996, da parte della Serbia sono ancora visibili sui muri delle case, crivellati dai proiettili delle mitragliatrici. Alcuni edifici sono tuttora inagibili con finestre e porte sbarrate, tegole rotte e comignoli divelti, segnali di abbandoni laceranti e di una ricostruzione faticosa. Altri edifici sono stati rimessi faticosamente in piedi, come la Biblioteca Nazionale. Eppure la gente sembra condurre un’esistenza normale: passeggia, chiacchiera, sorride. Lo spirito di adattamento di noi umani è stupefacente e spiega la nostra permanenza sul globo terrestre, a dispetto di molte altre specie animali. Ci si abitua a tutto, ai muri sventrati, alle strade sconnesse, al freddo e al caldo, alla paura e al dolore. Per questo siamo destinati a non estinguerci.
Ho visitato moschee e sinagoghe, antiche abitazioni e chiese, ma ci sono cose di Sarajevo che resteranno impresse nella mia memoria per molti anni. I cimiteri, per esempio, che compaiono d’improvviso in un prato o in un campo, tra due case, sul bordo di una collina. Le lapidi riportano date risalenti al periodo dell’assedio, quando era necessario trovare nuovi spazi per seppellire le tante vittime. Confesso che non sono riuscita a fotografarli. Mi sembrava di profanare un luogo reso sacro dalla disperazione di chi è rimasto, dalle lacrime di coloro che sono stati risparmiati dalla furia serba.
La testimonianza più commovente sono le Rose di Sarajevo. Il nome è suggestivo, evoca un fiore, il suo profumo e la delicatezza dei suoi petali. Niente di tutto questo. Si tratta in realtà dei buchi che le granate e i colpi di mortaio hanno lasciato sulle strade, insieme ai morti. Anziché coprire e dimenticare, i sarajevesi hanno preferito incorniciare molte di queste cavità, trasformandole in inconsuete opere d’arte. Il foro centrale, riempito con una sostanza rosso sangue, e i segni lasciati dalle schegge hanno una sinistra somiglianza con una rosa che si stia disfacendo. È una di quelle immagini che ti graffiano l’anima, più potenti di tanti discorsi, più efficaci di una pagina stampata.
Dina, la guida locale, una donna di cinquant’anni elegante e simpatica, ci spiega che i cecchini, appostati sulle colline, sparavano a caso sulle persone, come in uno perverso videogioco. Ammazzavano vecchi e bambini, colpivano ambulanze e mercati, cercando di fare più danni possibile. Miravano in particolare ai mussulmani, ma finivano per uccidere chiunque. Un esercizio crudele e assurdo, che esce dai binari della razionalità, che ti lascia incredulo e spaesato. Mi chiedo spesso come si possa vivere sapendo di aver distrutto delle vite, di aver inferto sofferenze e seminato paura e angoscia. Non ho risposte. Forse non esistono. Siamo degli animali strani, capaci di grandi gesti e di nere infamie, sappiamo creare bellezza, ma siamo incapaci di vivere sereni. Pare sia impossibile trovare un giusto equilibrio tra il verbo prevaricare e il verbo sottomettersi, tra la nostra attitudine aggressiva e quella pacifica.
Altra tappa irrinunciabile è il Museo dell’infanzia, che esibisce scarne testimonianze della vita dei bambini durante il conflitto. Giocattoli, libri, fotografie che hanno lasciato un segno nella fragile routine di tutti i giorni. Sono ricordi depurati dalla rabbia e dalla disperazione, corredati da un breve testo che spiega cosa quell’oggetto rappresentasse e come si sia salvato nel delirio della guerra.
Inevitabile pensare all’Ucraina, al freddo di un inverno senza luce e riscaldamento, con acqua e cibo razionati. Un pensiero, una riflessione e poi riprendi a respirare, a vivere e per non macerarti l’anima scacci i pensieri tristi e ti immergi nelle diverse anime di questa città.
La guida ci conduce per le viuzze del quartiere ottomano, straripanti di gente e di voci. Le piccole botteghe si susseguono ininterrottamente in un trionfo di colori e di luci. La mercanzia è la stessa che si trova in ogni luogo turistico del mondo, in Europa, nel Nord-Africa e in Asia. I medesimi monili e oggetti prodotti in serie ad uso dei turisti. È un peccato, perché in questo paese esisteva una lunga tradizione di lavorazione del rame e dell’argento. L’artigianato è una forma d’arte minore ed è uno specchio del gusto e dello stile di un popolo. Permette di conoscere più a fondo un paese e il suo modo di esprimersi. Oggigiorno, solo i dolci, e la cucina in genere, si salvano dalla massificazione.
Mentre camminiamo, Dina ci racconta che in passato in Bosnia la religione non era un ostacolo, ma un arricchimento, un reciproco scambio di sapere e di esperienze. Lei, musulmana, veniva invitata dagli amici cristiani a festeggiare il Natale, perché le feste erano feste di tutti. In lei e nelle altre persone che ci hanno narrato storie e vicende, emerge una dolente nostalgia, ma anche purtroppo una sorta di rassegnazione e la consapevolezza che i germi dell’intolleranza non sono ancora stati debellati. La sete di conquista continua a vivere, come la brace sotto uno strato di cenere. Sorride Dina, mentre ricorda tempi felici in cui i matrimoni misti erano una costante e funzionavano. I figli, crescendo, potevano scegliere se leggere il Corano o il Vangelo, senza ritorsioni o giudizi. Un mondo ideale, lo stesso in cui tutte le persone con un po’ di etica e buonsenso si augurerebbero di vivere.
Senza accorgersi, con Bojan e Dina, si percorrono a piedi chilometri e chilometri, parlando, discutendo, assorbendo storie e visioni che rimarranno dentro per sempre.
Eccoci nella parte austro-ungarica con i bellissimi palazzi affacciati sul fiume. Sul muro di una casa sono affisse alcune foto dell’attentato che portò allo scoppio della guerra del 1914-1918. Sono ritratti l’Arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia in carrozza, sorridenti e ignari di quello che sarebbe successo qualche minuto dopo. Lo studente Gavrilo Princip sparò due fatali colpi di pistola che non lasciarono scampo alla coppia. Sicuramente non pensava che il suo gesto sconsiderato sarebbe stato utilizzato come alibi per scatenare un conflitto mondiale. Uno strano destino quello di Sarajevo, fulcro, suo malgrado, di eventi sanguinosi e cruciali.

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