Il blog di VeM

Etiopia in cammino: il racconto di un’Africa che non ti aspetti

Etiopia | Etiopia in cammino: il racconto di un’Africa che non ti aspetti

21 Gennaio 2019

Un articolo a cura di Angelica Brigas

Angelica Brigas

Silvia lo scorso ottobre è stata una delle “camminanti” che hanno sperimentato per la prima volta il trekking tra il Tigray e i Monti Simien, la abbiamo intervistata per conoscere la sua esperienza di  viaggio responsabile e di Social Walking in quella antica e affascinante terra di Etiopia, nella grande Mama Africa.

 

Era la prima volta per te in Africa? Che aspettative avevi prima di partire? Perché proprio l’Etiopia?

Sì per me era la prima volta, ma in realtà per questo viaggio non avevo grandi aspettative,  anche se per me l’Africa è sempre stata  un sogno sia per gli studi che per letture fatte; l’unica cosa che speravo era di trovare tanta natura. Ho scelto l’Etiopia perché mi piaceva l’idea di iniziare a conoscere l’Africa proprio da un paese che aveva avuto in qualche modo con l’Italia una relazione e inoltre sapevo  che a livello naturalistico era molto bella.

 

Perché percorrerla in cammino?

Percorrerla in cammino perché, facendo io stessa parte della rete di ViaggieMiraggi, mi piaceva l’idea di vivere questo paese non in modo turistico convenzionale, quindi  non nei resort  e con la jeep, ma percorrerla in modo sostenibile, con un gruppo di sole nove persone, “passando leggeri” sui territori. Inoltre, nel cammino esperisci di più sia a livello intimo,perché il camminare ti mette in relazione con te stesso, con il tuo respiro e con quella che può essere la tua resistenza e insieme con tutto quello che ti sta intorno, dai suoni degli animali a quelli degli esseri umani che abitano quelle terre.

 

Durante il vostro viaggio negli altopiani siete stati ospiti delle comunità locali, parlarci di loro. Come vi hanno accolto? Hai qualche aneddoto particolare da raccontare?

In ogni tappa dormivamo in piccoli rifugi, ci accompagnavano nel nostro cammino sia le guide locali che le persone che si occupavano della logistica e del trasporto dei bagagli. In ogni comunità ci aspettavano coloro che gestiscono il rifugio che sono tutti abitanti della zona. Era molto bello perché ci accoglievano tutti con il sorriso, sono molto sorridenti in Etiopia, la prima cosa che facevamo era sempre la cerimonia del caffè e poi si mangiava.  Il cibo davvero a Km 0: le galline vive al nostro arrivo e dopo qualche ora nei nostri piatti (o meglio in quelli dei miei compagni di viaggio carnivori perché io sono vegetariana). L’altra cosa molto bella dei rifugi è stato cucinare tutti insieme e poi preparare la cerimonia del caffè, che ha un rito tutto particolare perché si prendono i chicchi, si  tostano, si macinano , e poi si prepara e serve caffè che è di solito di tre tipi diversi.

 

Qual è il luogo che ti ha colpito di più?

Un luogo che mi ha colpito di più in realtà non c’è, perché mi hanno davvero colpito tutti: sia gli altopiani che i Monti Semien, ma anche le città , il mercato grandissimo di Adis ABeba. Una cosa che non dimenticherò mai è l’improvvisa e fortissima grandinata nei monti Simien, mai vista una roba simile! La natura dell’Etiopia è di una bellezza disarmante sia per le rocce che per il colore del cielo e per le piante grandissime. Ma anche la città sono bellissime, con il loro  caos, le voci, i suoni e gli odori.

 

L’Etiopia è stata colonia italiana durante il fascismo: in base a quanto hai potuto esperire e sentire, tra i  locali è rimasta memoria storica del quel periodo?

L’Etiopia, in realtà a differenza dell’Eritrea, non è stata colonia ma è stato un  protettorato di cinque anni, quindi, anche nell’immaginario degli Etiopi, almeno di quelli con cui ho potuto parlare di questo, non viene percepita come l’Italia come colonizzatrice e, nonostante ci siano stati morti e guerre, si ha quasi una visione un po’ romantica, priva di ogni rielaborazione storica su ciò che è stato veramente il fascismo: gli italiani vengono esaltati per le due strade che hanno fatto e sono stati perdonati , dicevano tutti: “è una cosa vecchia, abbiamo perdonato anche i morti perché hanno portato sviluppo”.

 

Una curiosità personale per me che sono appassionata di musica, cosa si ascolta e si suona in Etiopia? Hai partecipato a qualche serata musicale?

La musica che va tantissimo è di un cantante etiope  che si chiama Teddy Afro, è una musica pop, che affronta anche tematiche  politiche  del paese. Si ascolta anche tanta musica tradizionale: una volta ci siamo ritrovati  in un locale ad Addis Abeba, dove i ballerini hanno coinvolto due di noi, i più coraggiosi, in bellissimi balli e musiche tradizionali; è stato molto divertente!

 

Consiglieresti questo viaggio e perché?

Consiglierei questo viaggio perché è un modo diverso di respirare l’aria africana in tutti i sensi, perché è bello camminare con altre persone con cui si crea un’armonia speciale, uno spirito dello stare insieme, del condividere tutto (dal bagno, alle stanze), perché vedi  un’ Africa diversa dal nostro immaginario, che non è solo deserto e animali esotici, ma ha anche tanta acqua, una vegetazione florida e paesaggi agricoli, con i loro muretti a secco, bellissimi.

 

La tua esperienza in Etiopia in una parola.

Una parola è un po’ difficile. Sicuramente è un viaggio che mi ha messo nella condizione di “sapere di non sapere” e di mettere tante cose in discussione del nostro punto di vista occidentale e dei nostri modi di vivere, mi ha dato la possibilità di vedere le cose con altri occhi, pur non abbandonando i miei, e di creare un “viaggio interculturale dentro di me”.

 

Prossimi viaggi in programma?

Mi piacerebbe moltissimo tornare in Etiopia e cominciare a viaggiare un po’ in tutta l’Africa. Vediamo se ci sarà questo viaggio nel mio prossimo destino.